Vocabolario Dantesco Latino
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De vulg. 2
Mon. 3
beneplacitis, De vulg. I ix 10
beneplacito, De vulg. I ix 6
beneplacitum Mon. II iv 3; II ix 13; III iv 11
NOTA:
Il termine, non att. nel lat. class., trova origine in età tardoant. in ambito cristiano (cfr. ThLL s.v. beneplacitum e Blaise Patr. s.v. beneplacitum).
L’uso dantesco del vocabolo si inserisce nel solco dei signif. mediev. dello stesso (vd. es. Blaise Mediev. s.v. beneplacitum), indicando ora la libera volontà – specialmente quella divina, collegandosi al concetto di voluntas beneplaciti espresso nella dottrina portata a sistemazione da Tommaso (vd. es. Tommaso d’Aquino, Summa Theol. I q. 19, a. 11) – ora l’arbitrario volere umano (vd. beneplacito in ED); quest’ultimo, in Conv. II ii 2, si esprime nel campo della linguistica. A questo proposito, è necessario ricordare che se è vero che beneplacitum inteso come 'volontà, volere' per D. è generalmente beneplacitum divino (vd. Mon. II ix 13 e III iv 11), è altrettanto vero che questo stesso beneplacitum in De vulg. I ix 10 è ricondotto alla 'volontà' dell'uomo, e possiede dunque il valore di 'decisione umana, accordo, convenzione' (vd. anche Rosier-Catach, “Multa vocabula”).
La sintassi equivoca di Mon. II iv 3 ha avuto riflessi sull’interpretazione della frase – sono stati particolarmente discussi i significati di alicuius e sibi – e sono state proposte diverse soluzioni di punteggiatura e traduzione. Vinay Mon., a fronte di una frase «(miraculum) cum in favorem alicuius portenditur, nefas est dicere illud, cui sic favetur, non esse a Deo, tanquam beneplacitum sibi, provisum», traduce «è un’empietà, quando il miracolo si manifesta a favore di qualcuno, sostenere che non risale alla volontà provvidenziale di Dio»; Ricci Mon. – in contrasto con la posizione precedente – propone la seguente traduzione: «quando il miracolo si palesa in favore di qualcuno, è un’empietà sostenere che non sia voluto dalla Provvidenza di Dio per colui che n’è così favorito». Sulla base di Shaw 2006 Mon. così si legge in Chiesa-Tabarroni Mon. e Quaglioni Mon.: «(miraculum) cum in favorem alicuius portenditur, nefas est dicere illud, cui sic favetur, non esse a Deo tanquam beneplacitum sibi provisum»; sulla scorta dell’interpretazione fornita da Nardi Mon. («quando esso interviene a favore di qualcosa, è empio affermare che quella cosa, a favore della quale il miracolo interviene, non è stata predisposta da Dio come a sé gradita») il passo viene così tradotto: «quando il miracolo si manifesta in favore di qualcuno, è empietà dire che l’oggetto di tale favore non proviene da Dio come un beneplacito da lui provveduto» (Quaglioni Mon.) e «quando (il miracolo) si realizza a vantaggio di qualcuno, sarebbe empio negare che chi riceve tale vantaggio non sia voluto da Dio con sua espressa dichiarazione» (Chiesa-Tabarroni Mon.).