Vocabolario Dantesco Latino
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Isid. Orig. VI ii 49: Revelatio enim dicitur manifestatio eorum quae abscondita erant (Mirabile).
Papias (s.v. revelatio): Revelatio dicitur manifestatio eorum quae abscondita erant. Revelatio potest mysterium dici (Mirabile).
NOTA:
La parola è att. a partire da un'età abbastanza tarda con il signif. proprio di «actus revelandi et detegendi» (vd. Forcellini s.v. revelatio I) e, in ambito cristiano, con il signif. traslato di «manifestatio arcani» (vd. Forcellini s.v. revelatio I) ma anche di 'verità rivelata' (vd. Blaise Patr. s.v. revelatio 4).
Coerentemente con il fatto che nel lat. mediev. il vocabolo pare att. esclusivamente nel signif. traslato individuato (vd. es. Blaise Mediev. s.v. revelatio, che registra anche un impiego della parola con il signif. di «méditation, examen»), D. ricorre a revelatio a indicare l'atto di manifestare qualcosa che era nascosto (vd. anche il campo Lessicografi mediev.) e legato alla sfera del divino (si tratta di revelatio Spiritus in Ep. V 26 e di rivelare il giudizio divino in Mon. II vii 7-8). Parzialmente diverso è il valore del participio passato di revelo in Mon. III xvi 10 («Propter quod opus fuit homini duplici directivo secundum duplicem finem: scilicet summo Pontifice, qui secundum revelata humanum genus perduceret ad vitam ecternam, et Imperatore, qui secundum phylosophica documenta genus humanum ad temporalem felicitatem dirigeret»), ove la scelta di impiegare 'le cose rivelate' in luogo dell'altrettanto accettabile 'la rivelazione' (così traduce, per es. Quaglioni Mon.) pare adombrare un rif. più - potremmo dire - pratico a ciò che viene rivelato e non alla rivelazione in sé.