Vocabolario Dantesco Latino
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NOTA:
Il toponimo è att. lungo tutto l'arco della latinità a indicare la città italiana «founded in the second year of the seventh Olympiad» (Lewis-Short s.v. Roma) e che fu capitale dell'Impero (Gaffiot s.v. Roma). Metonimicamente, poi, Roma vale 'gli abitanti della città' (vd. OLD s.v. Roma b); il termine, poi, designa anche la dea eponima dell'Urbe (vd. OLD s.v. Roma c).
Roma compare un certo numero di volte nell'opera lat. di D.: se in De vulg. I x 5, Ep. VII 25, XI 22 e XI 27 la città è essenzialmente quella contemporanea, vista non solo come centro abitato ma anche come territorio di pertinenza della Chiesa, in Mon. essa è la Roma antica, che sconfisse Veienti (Mon. II v 12), Greci e Cartaginesi (Mon. II ix 18), che ottenne l’Imperium universale (Mon. II vi 8, II viii 11) e che fu donata da Costantino a papa Silvestro che lo guarì dalla lebbra (Mon. III x 1).
Qualche parola in più merita Ep. XI 4. Innanzitutto, è necessario notare che l'occorrenza di Roma nel passo costituisce una parziale eccezione al fatto che al di fuori del trattato politico la città è colta al di fuori del suo essere antica: nel brano richiamato, infatti, Roma compare sia nel suo ruolo di sede imperiale sia in quello di città contemporanea su cui D., novello Geremia, leva il suo lamento («cum Ieremia, non lugenda prevenientes, sed post ipsa dolentes, viduam et desertam lugere compellimur»; vd. Favero, Lessico toponomastico ed etnico).
In Ep. XI 4, poi, il sintagma «pasce sacrosanctum ovile; Romam» («Nos quoque eundem Patrem et Filium, eundem Deum et hominem, nec non eandem Matrem et Virginem profitentes, propter quos et propter quorum salutem ter de caritate interrogatum et dictum est: Petre, pasce sacrosanctum ovile; Romam - cui, post tot triumphorum pompas, et verbo et opere Christus orbis confirmavit imperium (...)»; si noti il rif. dantesco a Io 21, 15-17) è frutto di restauro: il ms. L che testimonia l'Ep., infatti, riporta l'insostenibile ovilem romanam; per ovviare a ovilem di genere femminile alcuni critici hanno proposto differenti soluzioni (vd. Varianti). In particolare Cecchini, Sul testo, pp. 391-392 «afferma che Dante non può aver introdotto "una variazione tanto arbitraria (...) quale sarebbe pasce sacrosanctum ovile" e propone dunque di reintegrare le due espressioni [evangeliche] pasce agnos meos e pasce oves meas (...). A suo avviso l'omissione della formula evangelica sarebbe da attribuirsi allo stesso Dante, che potrebbe "aver ritenuto sufficiente indicare le due parole (Petre, pasce) che si ripetono all'inizio delle tre esortazioni consecutive, senza nemmeno avvertire il bisogno di aggiungere un et cetera (...)." Lo studioso propone pertanto che ovilem sia l'esito dell'abbreviazione di civitatem (...). Ma a mio avviso con la prima espressione (sacrosanctum ovilem) Dante intende la Chiesa, mentre Cristo non può che aver confermato l'impero del mondo alla città di Roma» (Baglio Ep., p. 49).
Oltre a Roma, D. impiega anche l'etnonimo derivato Romani.