Vocabolario Dantesco Latino
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NOTA:
Hapax nel lat. dantesco. L'agg., che deriva da in- e perfectus, è att nel lat. class., tardoant. e mediev. con il signif. di «non perfectus, non absolutus, rudis» (vd. ThLL s.v. imperfectus) e «nondum absolutus» (vd. Forcellini s.v. imperfectus); è impiegato, inoltre, in forma sostantivata con il signif. di defectus (vd. Du Cange s.v. imperfectus) e «incapacité, imperfection» (vd. Blaise Mediev. s.v. imperfectus).
L'unica occorrenza nel corpus lat. di D. dell'agg. può essere ascritta all'ultimo uso menzionato, dal momento che inperfectum in Mon. I x 1 vale 'cosa imperfetta, imperfezione'. In particolare, alla base di quanto D. espone nel passo della Mon. richiamato «vi è un’idea di economia ed efficienza della natura, rappresentata nella diffusissima massima aristotelica «Natura non facit frustra nichil neque deficit in necessariis» (‘La natura non fa nulla a caso né difetta in ciò che è necessario’, De anima, iii 9 432b 21-23), cui Dante si riferisce qui e altrove (i 14 2). In base a tale massima, la natura non crea nulla di strutturalmente imperfetto, tale cioè da non potere essere corretto e quindi portato a perfezione. Ciò che vi è di inperfectum nella situazione considerata è il fatto stesso che esista il litigium; Dante tenta perciò di derivare dall’esistenza dei conflitti la necessità di un’istanza che li dirima» (Chiesa-Tabarroni Mon., pp. 35-36, n. ad loc.).
Se nelle opere lat. inperfectum indica un'imperfezione - potremmo dire - generica e teorica, imperfetto (in ED, V. Valente) «ricorre solo nel Convivio, per lo più con valore morale».
D., inoltre, impiega anche i termini collegati perfecte, perfectio, perfectivum, perfectus e perficio.