Vocabolario Dantesco Latino
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NOTA:
Il vocabolo è att. a partire dall'età class. a indicare ciò che si ottiene «assequendo optatum finem, vel gradum, summum bonum» o «quemlibet finem vel effectum» (vd. ThLL s.v. perfectio I A), ma possiede anche l'idea del raggiungimento di uno stato maturo (vd. ThLL s.v. perfectio I B); in età patristica, inoltre, il sost. assume una sfumatura strettamente morale (vd. Blaise Patr. s.v. perfectio 2). Il lat. mediev. conserva i signif. individuati (vd. es. DMLBS s.v. perfectio).
D. ricorre al sost. un certo numero di volte nelle opere lat. esclusivamente con il signif. di 'perfezione in quanto compiuta realizzazione' (vd. anche perfezione in ED, A. Maierù); appartenenti alla medesima area semantica ed egualmente impiegati da D. sono i seguenti termini: perfecte, perfectivum, perfectus (e il suo contrario imperfectus) e perficio.
Nella produzione dantesca lat. perfectio compare anche in Ep. XIII 76 nella citazione di Ez 28, 12-3 («Hoc est celum delitiarum Domini; de quibus delitiis dicitur contra Luciferum per Ezechielem: "Tu signaculum similitudinis, sapientia plenus et perfectione decorus in deliciis Paradisi Dei fuisti"») e in Questio 77 nella citazione di Gb 11, 7 («Audiant amicum Iob dicentem: "Nunquid vestigia Dei comprehendes, et Omnipotentem usque ad perfectionem reperies?"»). A proposito di perfectione decorus di Ep. XIII 76, annota Azzetta Ep. XIII, p. 397, n. ad loc. che è «variante già attestata nella tradizione del testo biblico», laddove la Vulgata tramanda perfectus decore.
Non registrato dai principali lessicografi mediev., il termine è presente in Firminus Verris (s.v. perfectio): «Perfectio .ctionis (...) significat quandoque virtutem et sanctitatem, quandoque vero finis vel consummatio et completio operis».